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La vicenda del giovane Stefano Cucchi ha sconvolto tutti non soltanto per il suo tragico esito, ma per ciò che rappresenta per le nostre istituzioni democratiche e liberali. Ma cosa ci insegna questo drammatico caso, e, sopratutto, è in grado di risvegliare la coscienza civile del Paese in generale e della Avvocatura in particolare? Allo stato nessuno è in grado di sapere di chi sia la responsabilità della morte del ragazzo e ci si affida con fiducia alla autorità giudiziaria affinchè faccia il suo corso senza condizionamento alcuno.
a) che un giovane è stato arrestato nottetempo con gravissime accuse a suo carico, e che perciò aveva diritto alla assistenza di un avvocato;
b) che dopo una notte in caserma è stato condotto in Tribunale per la convalida del suo arresto, e qui era indispensabile la presenza di un avvocato di fiducia;
c) che successivamente è stato condotto in un istituto penitenziario in condizioni di detenzione, e anche in tal caso era necessario un colloquio con un avvocato;
d) che infine è stato portato, in gravissime condizioni di salute, presso una struttura sanitaria protetta, e qui ha ripetutamente richiesto di incontrare un avvocato di fiducia.
Stefano Cucchi è però morto senza incontrare né i suoi familiari né un difensore dei suoi diritti quando più ne aveva bisogno. Che vuol dire tutto questo? In primo luogo che ancora oggi forse qualcuno pensa che la difesa di un avvocato sia un fastidioso ed inutile orpello, e non una sicura garanzia del funzionamento delle istituzioni. Se è vero che, pur essendo venuto a contatto con diverse autorità dello Stato (Carabinieri, Istituzioni Carcerarie e Giudiziarie, Strutture Sanitarie), il giovane Cucchi prima di morire ha chiesto disperatamente l'aiuto di un avvocato e non delle forze dell'ordine, o di un magistrato o di un medico, la vicenda ci insegna che senza una Avvocatura libera ed indipendente, anche in un Paese Liberale e Democratico, lo Stato di diritto può essere seriamente minacciato. Non esiste, infatti, un diritto se non vi è nessuno a cui sia consentito effettivamente di difenderlo! In secondo luogo, e questo è un richiamo diretto alla Avvocatura, è indispensabile che quest'ultima riscopra e rivendichi il valore e la funzione sociale del suo ruolo, oggi gravemente appannato da una immagine pubblica non veritiera, ma alla quale non si è saputo reagire. Da anni le istituzioni della avvocatura si occupano principalmente e pubblicamente di riforme che attengono al processo, all'ordinamento giudiziario e forense nonchè di liberalizzazione, dando all'esterno l'impressione (si badi errata) di pensare solo a sè stesse ignorarando i diritti civili di tutti. Oggi, di fronte all'opinione pubblica, si ha la sensazione che l'avvocatura sia una categoria chiamata a tutelare diritti sindacali e non una classe professionale di rilevanza costituzionale. Un'immagine di debolezza del ruolo dell'Avvocato nella società civile consente a più parti di chiedere una più penetrante limitazione della libera Avvocatura, come nel caso di proposta di società professionali con soci di puro capitale, o del moltiplicarsi delle figure di avvocati dipendenti pubblici e della richiesta di Confindustria di immaginare la figura del c.d. avvocato d'impresa come lavoratore dipendente. Stefano Cucchi, però, morendo ha gridato a tutti che lo Stato può, anche incosapevolmente, uccidere e che solo un difensore libero da qualsivoglia condizionamento poteva salvargli la vita. Da qui la necessità di una battaglia per l'indipendenza e la libertà dell'Avvocatura nell'interesse non di una categoria professionale, ma a tutela dei diritti civili di tutti. erciò, oggi, l'Avvocatura non deve aver timore di affrontare questo caso emblematico dello stato dei diritti in Italia affinchè, nell'interesse Suo e delle istituzioni liberali e democratiche, si accerti la verità.