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Non stupisce che ci siano problemi nel procedere al voto della riforma dell’Avvocatura. Premesso che nessuno impedirebbe alla maggioranza parlamentare di fare l’ennesimo atto di forza, resta il fatto che una riforma così peculiare e a suo modo importante per molti lavoratori italiani dovrebbe essere condivisa da tutte le maggiori forze politiche e nascere da un percorso condiviso da tutti coloro che ne saranno destinatari, praticanti e giovani avvocati inclusi. Purtroppo allo stato dei fatti non è così. Chiunque abbia prestato attenzione alla questione, e si sia letto per lo meno in parte il progetto, sa che quella che il CNF ha presentato come una “riforma urgente quanto epocale”, prevede un ritorno al passato, più che un nuovo sistema volto ad affrontare il futuro. A dirla tutta, nel leggere la riforma ci si trova di fronte a una sorta di offensiva a tutto campo da parte di una generazione di professionisti ormai anziana e attaccata al proprio potere istituzionale nei confronti delle nuove generazioni di studenti e professionisti del diritto. Al di là delle dichiarazione generiche da parte del CNF poi, per il quale ci sarebbe la più ampia intesa da parte dei partiti sul progetto, gran parte delle forze politiche parlamentari hanno già espresso forti perplessità sul progetto, arrivando addirittura a solidarizzare con la manifestazione nazionale contro la riforma tenutasi a fine novembre a Roma. Se così stanno le cose, la scelta di tentare di accelerare il processo di riforma tramite l’annunciato sciopero dell’avvocatura del 10 Marzo sembra essere a dir poco fuori luogo e inesorabilmente scopre la debolezza del progetto. Debolezza che sta nel non considerare che il contesto economico e sociale è mutato, e che la nuova disciplina della professione non può dimenticarsi che oggi gli studi legali non devono affrontare solo il mercato interno ma anche quello globale, e che le forme e i rapporti interni agli studi, come quelli così detti di “parasubordinazione” e di praticantato, devono essere regolati, se non si vuole rischiare di creare nuove sacche occupazionali che non potranno godere di copertura previdenziale e assicurativa e finiranno sul pesare sullo stato sociale tout court. Che sta nel gridare all’aumento del numero degli avvocati, quando è noto a tutti che l’Italia sta affrontando una massiccia riconversione al terziario e ai servizi, e che quei professionisti saranno la base del sistema economico che verrà. Che sta nel considerare i neolaureati come un numero da scremare, tramite l’imposizione di ulteriori costi durante la pratica e l’introduzione di test e pre-test, e non come una risorsa da incentivare nella professione come nel mondo dei servizi legali. Che sta nel dimenticarsi che la vera anomalia nazionale nel settore non è il numero di Avvocati ma i tempi di accesso alla professione, che portano gli aspiranti Avvocati a divenire tali alla soglia dei trent’anni con tutte le conseguenze del caso. E tanto ancora, che dimostra l’insufficienza della discussione preliminare e l’arbitraria o mancata presa di posizione su molti punti cruciali. La riforma dell’Avvocatura, come delle professioni in genere, è importante e necessaria. Ma quando si intendono fare grandi passi è d’obbligo prima fermarsi a pensare. Bisogna avere l’umiltà di confrontarsi con le necessità del paese e delle nuove generazioni. Perché quando si parla di lavoro in una democrazia si parla dell’interesse di tutti. E non, come sembra aver pensato qualcuno negli ultimi anni, delle questioni di una o più persone. Forzare le cose annienta il dialogo e porta allo stallo. Se lo sciopero alla fine ci sarà, ci saranno anche molti che non sciopereranno. E chi vorrà ascoltare saprà anche il perché. In alcuni casi le mancanze sono drammatiche, come in altri è evidente che la discussione che ha prodotto il testo si sia tenuta tra avvocati già avanti con gli anni e romanticamente affezionati a un sistema e un mondo che ormai non c’è più, spazzato via dall’apertura alla comunità europea e dalla globalizzazione. Partendo dalle mancanze, si nota come nulla si dica dei così detti avvocati “parasubordinati”, ovvero quei avvocati che lavorano per lo studio, percependo un forfait, e non hanno nessuno autonomia ne nella gran parte dei casi, propri clienti e una propria organizzazione. Lavoratori quindi de facto subordinati, ma che risultano partite IVA, e quindi privi di qualsiasi tipo di copertura previdenziale e assicurativa. E’inutile dire che la stragrande maggioranza di questi Avvocati siano giovani Avvocati, e che i romantici padri professionali indubbiamente nella loro sospetta indifferenza non abbiano guardato solo alla storia ma anche al loro portafoglio.