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Ancora una volta le bacchettate dell’Antitrust nei confronti degli ordini professionali, rei di non essersi integralmente adeguati alle previsioni della legge Bersani, hanno conquistato gli onori della cronaca, costituendo perfino il titolo di prima pagina del supplemento economico del “Corriere della Sera”.
L’Authority ha peraltro il vizio di fare di ogni erba un fascio, ripetendo luoghi comuni ormai stantii sulla pretesa ingessatura del ceto professionale (come è possibile che il 42% degli avvocati sia figlio d’arte, se gli iscritti agli albi forensi si sono quasi triplicati in meno di vent’anni?) e pretendendo adeguamenti “praeter legem” atteso che neppure la vituperata legge Bersani ha mai parlato di pubblicità comparativa, ma unicamente di pubblicità informativa sotto il controllo degli Ordini professionali.
Forse l’intervento dell’Authority intende replicare alla sensazione, ormai di giorno in giorno più diffusa, secondo cui il vento delle liberalizzazioni, giustificato con la tutela dei consumatori, ha giovato soprattutto alla committenza economicamente qualificata ed in primis alle grandi imprese. La recente notizia dell’ennesima contestazione della Commissione Europea all’Italia in ordine alla mancata abrogazione delle tariffe massime, poi, dimostra che le liberalizzazioni non possono essere a senso unico. La presenza di un sistema tariffario rinnovato e più trasparente rappresenta senza dubbio la migliore garanzia per l’utenza, anche se forse il richiamo al decoro della professione andrebbe integrato con l’esigenza di garantire l’autonomia e l’indipendenza economica del professionista; ma se proprio si devono liberalizzare i compensi, è illogico ed incoerente abolire i vincoli solo verso il basso e non anche verso l’alto, fermo restando che vanno comunque salvaguardati diritti primari dei cittadini come l’accesso alla giustizia.
Probabilmente l’Autorità garante per la concorrenza farebbe meglio a concentrare le proprie attenzioni su quelle nicchie di mercato che prosperano grazie alle riserve legislative e al numero chiuso, prima fra tutti quella dei notai (anche se il Consiglio Notarile, bontà sua, ha di recente aumentato le sedi nella strabiliante misura del 20%). L’Authority ne ha avuto anche l’occasione, di fronte ad un’iniziativa del Consiglio Notarile di Milano, che assicurava agli utenti assistenza gratuita nella redazione del preliminare di compravendita, nella certezza che comunque i costi di tale attività sarebbero stati ampiamente recuperabili al momento della stipula del rogito, anacronisticamente riservato per legge ai soli notai; col risultato di sviare illegittimamente la clientela di altre categorie professionali abilitate alla redazione degli atti preliminari ma non di quelli definitivi. Purtroppo l’Antitrust, che tanto si duole della scarsa apertura dei professionisti alla concorrenza, non ha colto l’occasione di intervenire su un evidente abuso di posizione dominante, rigettando de plano il ricorso che a tale proposito era stato proposto dall’Aiga (Associazione Italiana Giovani Avvocati) e obbligando la stessa a ricorrere al TAR Lazio avverso tale incomprensibile provvedimento. Certo, il ceto professionale deve accettare la sfida della qualità, messa a repentaglio da numeri sempre crescenti, e della modernizzazione organizzativa (ma per l’introduzione delle società multidisciplinari occorre una riforma delle professioni che si attende ormai da troppi anni); incombe tuttavia la spiacevole sensazione che l’Autorità garante sia debole coi forti (le grandi imprese e i notai) e forte coi deboli (gli altri professionisti).