Anno V - Numero 142 - Chiuso in redazione: Giovedi 29 Luglio 2010 alle ore 15:30 archivio storico

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Apparenze e finzioni della mobilità sociale dell'avvocatura
Il pretesto per una riflessione.

di Ebe Guerra (Consiglio Direttivo Nazionale Aiga)

“Figli di avvocati che diventano principi del foro e figli di medici che diventano chirurghi di fama. E’ l’Italia immobile dei laureati che, soprattutto per quel che riguarda le professioni liberali (avvocato magistrato ma anche notaio o farmacista), tende a seguire le orme familiari” (Italia Oggi-Sole 24 Ore), è quello che emerge da una recente ricerca di Almalaurea (X rapporto) sulla condizione occupazionale dei laureati italiani.
E’ un dato che sollecita ad una riflessione e ad una critica chi – come l’Aiga.- ha raccolto, sull’assetto all’interno all’Avvocatura, risultati dell’indagine commissionata al Censis (Contrastare la crescita Promuovere la mobilità, Maggio 2007) nettamente contrastanti con il report Almalaurea o, quantomeno, con quanto riportato dai media.
Dal “rapporto Censis”, difatti, scaturisce una condizione di mobilità intragenerazionale totalmente diversa, laddove i dati sulla professionalità svolta dai genitori degli avvocati segnalano un’ampia trasversalità che –per intendersi- fotografa una situazione per la quale solo il 12,4% del campione vede figli di avvocato esercitare, poi, la professione genitoriale.
Occorre, tuttavia, sottolineare che le due indagini statistiche operano una ricognizione di due situazioni diverse: l’una (rapporto Censis) esamina la situazione di mobilità intragenerazionale degli avvocati; l’altra, (Almalaurea) dà conto della situazione dei laureati, esaminando quella (fra gli altri) dei laureati in giurisprudenza figli di laureati in giurisprudenza (pag. 114), ma che non sappiamo se “saranno avvocati” anch’essi.
E’ evidente, quindi, come la notizia riportata dai mezzi di informazione paghi il prezzo di una distorta interpretazione, perché il laureato in giurisprudenza figlio di laureato in giurisprudenza non è l’avvocato figlio di avvocato!
Da quest’ultimo punto di vista –come precisato- si è evidenziata una forte mobilità che può costituire utile spunto di riflessione sul trend sociale della nostra professione.
Operando una breve, ma utile, digressione sul punto, vi è certamente che una scarsa mobilità sociale pone in luce un’ingessatura della intera società, un sistema chiuso e ghettizzato nella logica della carriera costruita per rapporti amicali, non per meriti; una scarsa propensione al rinnovamento ed alla carica innovatrice che sanno generare, all’interno di una categoria, soggetti provenienti da altre classi. Ma costituisce anche una rigida denuncia del sistema scolastico che, per logica conseguenza, esalta meccanismi di funzionamento poco selettivi e scarsamente meritocratici e segnala, altresì, sensibili disuguaglianze sul fronte delle risorse e delle opportunità.
Quali riflessioni induce a compiere la mobilità intragenerazionale che –secondo i dati del Censis- evidenzia l’avvocatura? Quali le conseguenze per un’avvocatura (che conta ormai più di 200.000 iscritti agli albi) che si palesa come fortemente “mobile”?
E’ un focus sicuramente particolare, ma indicativo di quanto accade, appunto, all’interno di un ceto professionale, intellettuale, che si incastona, tuttavia, in una società, quella italiana, a bassa mobilità sociale.
Mobilità intragenerazionale dell’avvocatura e mutamento del rilievo socio-economico della professione.
Se tale situazione è la risultante –per buona parte- di uno smantellamento della logica corporativa e familistica, ciò dipende, quantomeno in parte, dal processo di radicale cambiamento della professione forense.
Si è infatti perduto, nel tempo, quel senso di sicurezza lavorativa e quindi economica e, sotto altro profilo, la professione ha smesso di essere una sorta di corredo valoriale –anche nel suo intrinseco precipitato di rilevanza sociale- da mantenere rigido e chiuso, tanto da tramandarlo. In altri termini, ad abbattere il recinto corporativo ha certamente contribuito, oltre al fenomeno di globalizzazione tutt’ora in atto, la lenta, ma inarrestabile consapevolezza della non completa vantaggiosità della professione in termini di rendita di posizione sociale-economica.
Non può, tuttavia, sottacersi che concausa, ma nello stesso tempo effetto, del mutamento della fisionomia categoriale, è stata, oltre allo smantellamento della logica corporativa e familistica, l’introduzione di meccanismi di selezione nell’accesso alla professione, sempre più blandi: la “protezione” del sistema è infatti certamente più forte nel momento in cui esso garantisce le migliori rendite di posizione.
La mobilità lente di ingradimento per leggere il cambiamento della professione di avvocato.
Il pragmatismo, la de-intellettualizzazione, il tecnicismo, la tensione verso un avvocato sempre più imprenditore, potrebbero essere la complessiva odierna ricaduta di questo processo di interiore cambiamento del nostro ceto professionale.
Altro aspetto di riflessione ad incastro con il dato di partenza (avvocatura con forte mobilità intragenerazionale) è la innegabile crisi della professione forense che ha fatto parlare (proprio l’Aiga) di proletariato intellettuale.
Ad un massiccio ingresso di avvocati nel mercato degli ultimi dieci anni ha fatto da pendant un diffuso impoverimento o incapacità di arricchimento (nel senso di dignità remunerativa del lavoro svolto) del ceto professionale.
L’espansione di un ceto, determinata da ascese di soggetti di provenienza esterna rispetto a quello stesso ceto, non è governata da altre regole che non siano quelle assolutamente casuali del movimento degli individui. Va aggiunto che, nuovi all’ambiente, gli avvocati non-figli di avvocati non possedendo fino in fondo le regole di governo di quella determinata categoria sociale, non hanno potuto aspirare in tempi brevi ad un mutamento delle stesse.
Ciò vale, vieppiù, se si accoglie la conclusione di filosofi moderni come Heinz-Gerhard Haupt che hanno insistito nel sottolineare che la nostra è più, ormai, una società dei “ceti” che delle “classi”, ove “ceto è qualcosa di assai più indeterminato, che ha un'esistenza solo secondaria nel campo sociale e non si manifesta nella sfera politica”. Dunque, più difficilmente modificabile, con cui torna complesso interagire in funzione di modifica.
Mobilità del ceto forense e interazioni con gli altri ceti professionali.
La magmaticità che per ampi profili caratterizza la mobilità sociale dell’avvocatura, è riscontrabile anche in altre categorie di professionisti intellettuali, laddove ad esempio, per i commercialisti, si pongono problematiche assai vicine a quelle del ceto forense (crescita esponenziale dei numeri, difficoltà di gestione ed indirizzo delle regole per la categoria, ecc.).
E’ naturale pensare che il dialogo fra le professioni liberali ed intellettuali debba avvenire lungo il solco della condivisione dei gap, alla ricerca di soluzioni che possano realmente costituire volano di rilancio per tutti, evitando –come pure da qualche parte è accaduto- posizioni di arroccamento e di difesa in chiave autarchica.
Non occorre spostare di molto la memoria e basta portare l’esempio della opposizione che i notai hanno fatto agli avvocati in punto di competenza alla stipula di contratti preliminari di vendita di immobili, per ben comprendere il tenore del rischio che la mancanza di comunicazione e di scambio può generare, laddove l’immobilismo sociale non costituisce –ormai più da tempo- un valore, vieppiù in un mercato diversificato ed aperto alle frontiere, sia in senso verticale (le regole dell’Europa) che in senso orizzontale (la globalizzazione).
Il rischio grave -socialmente parlando- è che la mancata ricerca e raggiungimento di valori ed obiettivi comuni fra i “ceti professionali” induca ciascuno ad una sorta di senso di non appartenenza al proprio ceto di cornice (quello professionale-intellettuale).
Comprendere il fermento, innanzitutto di identità sociale per i liberi professionisti come vissuto nell’attuale momento storico, significa anche elevare a patrimonio comune le innegabili differenze fra i ceti professionali, vieppiù se di composizione sociale mista e diversificata, grande, reale piattaforma per una classe motore di cambiamento del Paese.
Tocqueville diceva: 'Apparteniamo alla nostra classe prima che alle nostre opinioni'.
La consapevolizzazione dell’appartenenza ad una classe sociale che gravita intorno ad un processo di mobilità può costituire un punto fermo di riflessione, di azione, di propositività le cui benefiche ricadute non possono essere l’effetto di un movimento casuale.
Ne vanno assolutamente tracciate le coordinate e comprese, in sinergia fra i ceti professionali, le valenze e gli approdi in chiave di sviluppo.
                                                                                                         

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