| Questo spazio è riservato alla pubblicazione di articoli di ordini, associazioni o enti. Se vuoi avere anche tu il tuo spazio per scrivere contattaci |

Si inaugura oggi il XXIX° Congresso Nazionale Forense, un Congresso che rappresenta oggi più che mai il luogo ove l’avvocatura italiana intende sconfiggere i luoghi comuni e mostrare alla società tutta il suo autentico volto: quello di un insieme di donne e uomini retti, che coltivano ancora grandi ideali, vivono di valori veri e hanno nell’animo il coraggio e la passione di chi ha davvero la Giustizia nel sangue, anche per il bene del Paese. E dunque, tempi oramai inaccettabili della giustizia, costi economici, disfunzioni in ogni comparto, sostanziale ineffettività della più parte dei giudicati, per altro non dire, mettono oggi ancor più che in passato a dura prova la credibilità stessa del sistema, e allontanano in particolare i più deboli, parte rilevante della società, dall’accesso effettivo alla giustizia, alla tutela dei propri diritti. Di qui il provocatorio titolo dato a questa assise: “Accesso alla Giustizia: realtà effettiva o utopia?”. La storia ci insegna che senza Giustizia deperisce la convivenza civile, stenta il sistema economico, arretra la democrazia, aumentano illegalità e disuguaglianza. I valori della Costituzione vengono avviliti. La resa di giustizia è dunque sia un fine che uno strumento per il bene della collettività e il rispetto dello stato di diritto. La classe politica, e più in generale l’intero Paese, deve oggi confrontarsi con una grave crisi di democrazia e di competitività, che si inserisce nel più ampio e sconcertante quadro di recessione : dopo i terremoti e i gravi squilibri che ancora non consentono di dare per assestati i mercati finanziari, oggi è l’economia reale che sta esplodendo. C’è un enorme bisogno di conoscenze specifiche. I dati di crescita della disoccupazione, ma soprattutto della cassa integrazione, lo stanno a dimostrare. L’impoverimento delle classi sociali più deboli, ma anche di gran parte del ceto medio, e quindi anche dei professionisti, è sotto gli occhi di tutti. L’influsso negativo di un sistema di tutele inadeguato sul sistema economico viene oggi ovunque riconosciuto, anche da chi, fino a poco tempo fa, ne sosteneva la sostanziale indifferenza. La giustizia, funzione essenziale dello stato democratico, è il terreno su cui si può e si deve ricostruire un patto di fiducia con i cittadini, le imprese, il mondo del lavoro e delle professioni. Nel 60° anniversario della Costituzione e al contempo della Carta dei Diritti dell’Uomo, occorre riportare l’attenzione sull’uomo, in un’epoca dominata da un’ubriacatura mercatista, che appare a volte assuefarsi ad una società ove la persona ha perso di rilievo e la tutela dei diritti è prerogativa di pochi, che sempre più spesso mortifica le aspettative e i bisogni dei singoli, vittime loro malgrado di un sistema inefficace e inefficiente. Un sistema che di fatto vanifica i principi dello Stato di diritto, che rende non più credibile l’architettura delle tutele, che ha perso ogni e qualsiasi coerente fisionomia, per effetto dei tanti, troppi interventi disorganici, a tampone, emergenziali. Un sistema che oggi, e purtroppo oramai da tempo, appare paradossalmente funzionale più alla salvaguardia delle posizioni di chi intende profittare delle disfunzioni che alla effettiva resa di giustizia in favore di chi lamenta la lesione di un proprio diritto. Occorre, dunque, che l’avvocatura italiana riproponga con la forza delle idee, con la consapevolezza di aver compiuto un percorso di consapevole e matura analisi delle disfunzioni del settore che si è snodato in quindici anni di proposte concrete, talune delle quali anche grandemente anticipatorie, la necessità di assumere un approccio più efficace ai tanti problemi della giustizia. L’obiettivo di questa importante assise, che si svolge nella città di Bologna, culla del diritto, è e deve essere per noi tutti quello di denunciare alla politica l’urgenza di apprestare e varare, con un ferreo e prestabilito cronoprogramma in tempi medi, un pacchetto di misure certamente ingente e passato al vaglio del confronto con l’esperienza degli operatori, per poter realmente esercitare effetti concreti ed apprezzabili. Bisogna mettere in moto processi virtuosi e al tempo stesso coraggiosi, che siano in grado di fronteggiare adeguatamente una situazione paralizzata da sprechi, assurdità, eccessi e interessi, che fa del sistema Giustizia una vera e propria palude, ove naufraga tra fango melma la speranza di giustizia dei singoli e delle imprese: “Dovrebbero essere il Tempio della Giustizia. Invece i Tribunali assomigliano sempre di più luoghi in cui è facile rimanere infangati e affondare nella burocrazia e nell’immobilismo” . Il rispetto della legalità, un sistema giustizia efficiente, sono precondizioni essenziali per lo sviluppo. L’Organismo politico dell’avvocatura lo va sostenendo oramai da anni, e su questo, come su moltissime altre questioni, registriamo ora, non senza soddisfazione, una vasta convergenza. Tutti debbono giocare la propria parte e intervenire per il ruolo che nella società e nel sistema ricopre, e quindi anche noi, come singoli e come intera avvocatura. Occorre ripensare alle regole di vita degli individui, degli operatori economici, dei soggetti professionali, e tra essi dei soggetti della giurisdizione. È quindi il momento di dare finalmente una decisa spinta, prima di tutto normativa, da un lato verso la modernizzazione e rivalutazione dell’avvocatura italiana, tra efficienza e globalizzazione, con la consapevolezza che la globalizzazione dei servizi legali può essere governata soltanto con un forte richiamo all’etica; dall’altro verso un reale e funzionale riassetto del sistema, che abbandoni una volta per sempre le logiche dell’emergenza e sia attuazione, prima di ogni altra cosa, di un razionale e consapevole modello, compatibile con i valori e i principi costituzionali – ovvero ne comporti una ragionata revisione -, sulle cui linee portanti da troppo tempo non ci si interroga con la dovuta serietà ed approfondimento. Siamo qui, quindi, per dimostrare al Paese che l’avvocatura italiana intende ancora una volta, tenacemente, proporsi quale forza intellettuale e tecnica in grado di guidare un reale processo di cambiamento, nel sistema giustizia e più in generale nella società italiana, e per sottolineare di avere l’autorevolezza e le carte in regola per farlo. La nostra forza risiede nella consapevolezza dei valori ideali e morali di cui siamo portatori e dell’importanza del sapere intellettuale e del capitale umano per dare l’avvio e per costituire l’ossatura di un indifferibile rinascimento. Voglio quindi chiudere questo breve intervento di saluto, ricordando una frase del Presidente avvocato Franzo Grande Stevens, dedicata all’indimenticata Presidente avvocato Angiola Sbaiz, fulgido esempio per noi tutti, che oggi qui nella sua Bologna abbiamo commemorato. Dietro questa frase si celano ad un tempo la memoria della nostra storia e l’orgoglio del nostro presente, che sapranno guidare ogni riflessione: “È la trama nei secoli del dare e ricevere fra generazioni di avvocati che fa la nostra storia e ne segna l’identità”.