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Per il presidente dei periti industriali italiani è una delle armi per uscire dalla crisi Promuovere la formazione per garantire sicurezza e sviluppo. È questa la strada da seguire affinché le conquiste del progresso tecnologico possano essere al servizio dell’intera comunità. Lo ha ricordato il presidente del Consiglio nazionale dei periti industriali e dei periti industriali laureati Giuseppe Jogna nel suo intervento in occasione del convegno promosso dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, nel corso del quale è stato presentato il V Rapporto realizzato dal CNPI in collaborazione con il Censis: Più tecnici, più sicurezza, più sviluppo. La formazione tecnica come vettore di sostegno alla competitività italiana. Del resto, ha dichiarato Jogna, “il problema della sicurezza è nel Dna del perito industriale. Un lavoro ben fatto è anche, se non prima di tutto, un lavoro sicuro”. E della sicurezza la categoria si è sempre occupata anche attraverso un’attenta analisi delle sue molteplici implicazioni promuovendo, insieme al Censis, un’importante collana di Rapporti che si sono proposti di affrontarne la sua più che decisiva centralità in molti aspetti del nostro sistema sociale: dagli infortuni domestici al rischio ambientale, dall’infortunistica stradale agli incidenti nei luoghi di lavoro. Ma non c’è sicurezza senza formazione adeguata. Ed è proprio per questa ragione che quest’anno il V Rapporto ha volutamente spostato l’attenzione sulla scuola, luogo deputato a formare le nuove generazioni di tecnici dell’area ingegneristica, per la sicurezza di domani. In tal senso è grande l’attenzione con la quale tutta la categoria segue il progetto di riordino dell’istruzione tecnica portato avanti dal ministro dell’Istruzione. Ma a giudizio del presidente del Cnpi non basta: “È necessario confrontarsi con l’esperienza europea. Infatti il vero punto critico è questo: l’Europa ha fissato, con la direttiva 89/48, un principio fondamentale, stabilendo nella formazione universitaria o equivalente di almeno tre anni dopo la scuola secondaria superiore il requisito minimo per l’abilitazione all’esercizio di una qualsiasi professione intellettuale. Quando però lo Stato italiano ha cercato di colmare il suo divario con i Paesi dell’UE, lo ha fatto nel modo peggiore: il Dpr 328/01 ha prodotto confusione e disorientamento in quell’iter che avrebbe dovuto portare i laureti triennali verso le professioni tecniche di primo livello. E oggi cominciamo ad avvertirne le conseguenze, misurandoci con un già sensibile deficit nell’offerta di nuovi tecnici rispetto al fabbisogno del Paese”. È soprattutto per questo motivo che il coordinamento unitario, al quale hanno dato vita i periti industriali con geometri e periti agrari, punta dritto ad un unico, grande obiettivo: la nascita di un albo dei tecnici laureati per l’ingegneria che possa restituire chiarezza e identità a una componente nevralgica per rilanciare la competitività italiana. Non si tratta, ha concluso Jogna, “di un progetto bizzarro, ma soltanto di rispondere razionalmente alle necessità del Paese e dei suoi giovani. Ed è per questo che siamo convinti che il mondo della politica saprà ascoltarci”.