| Questo spazio è riservato alla pubblicazione di articoli di ordini, associazioni o enti. Se vuoi avere anche tu il tuo spazio per scrivere contattaci |
In questi tempi tormentati per gli investimenti si sono registrate notizie discordanti sulle scelte della Cassa di previdenza forense. Nelle scorse settimane, per esempio, si è paventata (si veda il Sole 24 Ore del 22 novembre) una potenziale perdita di 290 milioni di euro del portafoglio azionano a gestione diretta della Cassa. Sulla scorta dei dati di un’indagine in collaborazione con l’Amf (Analisi mercati finanziari) si evidenzia che alcuni degli acquisti azionari operati dal Cda, effettuati nell’ambito del settore finanziario (Unicredit e Mediobanca) e delle utility (Enel), celerebbero in realtà un’operazione diretta ad abbassare il prezzo di carico finanziario. Il presidente della Cassa forense, intervenuto più volte anche durante l’occasione istituzionale del Congresso nazionale forense, sullo stato di benessere del patrimonio dell’Ente e sulla prudenza delle scelte economiche operate, ha garantito che la Cassa non corre alcun pericolo. Alla luce di queste notizie discordanti, legittimo ci sembra porre qualche domanda sia in ordine al reale stato di benessere del nostro Ente previdenziale, quanto forse, e soprattutto, se con una patrimonializzazione così spinta non sia necessaria una riflessione approfondita sul modello di gestione dello stesso. Intanto, non vi è chi non possa pensare che la forma giuridica della Fondazione cominci a essere perlomeno inadeguata al patrimonio e alla liquidità gestita da Cassa forense, considerati anche i meccanismi elettorali previsti per l’elezione dei delegati, non necessariamente premianti di coloro che siano in possesso di cognizioni tecniche in materia economico-finanziaria idonee a valutare, con sufficiente probabilità, i rischi connessi all’uno o all’altro strumento finanziario. Nè può pensarsi che la particolare qualità di investitore a medio-lungo termine possa preservare Cassa forense dagli effetti devastanti della crisi economico-finanziaria mondiale. La gestione del patrimonio di un Ente siffatto dovrebbe presupporre una capacità tecnico-finanziaria che non può essere improvvisata e quindi è necessaria una analisi, senza preconcetti, nell’interesse di tutti, su quale sia lo strumento migliore per ottimizzare, senza rischi, i risultati: ad esempio, la costituzione di una società digestione ad hoc; l’incarico a tecnici che ne rispondano anche in termini di rendimento o quant’altro può essere ritenuto utile. La riforma, al vaglio del ministero, è stata elaborata — nelle grandi linee — prima della crisi finanziaria e, quindi, è presumibile che della stessa non sia stato tenuto conto. Presentata come la migliore delle riforme possibili, impone sacrifici economici pesanti agli iscritti e costituisce il frutto del contemperamento di più variabili e di più leve, tali che il venire meno di una di esse ne modifica l’intero assetto, con la conseguenza possibile che anche la stabilità a esso connessa venga meno. La necessità di un ripensamento delle regole diventa centrale anche nel dibattito elettorale per il nuovo comitato. Occorre una scelta decisa per evitare che un default digestione, per quanto imprevedibile, ricada sulle tasche di lavoratori che investono nel futuro previdenziale con fiducia.